Già dalla fine del Settecento le celebri terzine dantesche dedicate all’amore tragico di Paolo e Francesca – tra loro cognati, uccisi dal marito di lei Gianciotto Malatesta, signore di Rimini – cominciarono ad affascinare i pittori di tutta Europa e in Italia. In ambito letterario, in un clima di nascente romanticismo, la vicenda dei due sfortunati amanti venne ripresa dal milanese Silvio Pellico nella tragedia Francesca da Rimini, messa in scena per la prima volta al teatro del Re di Milano nel 1815. Il dramma di ambientazione medioevale, che aveva già ispirato nel 1812 Marie Philippe Coupin de Couperie, fu ripreso anche da Dominique Ingres a partire dal 1819. In entrambi i casi gli artisti illustrano il momento del bacio di Paolo e Francesca, destinato a godere di grande successo anche in Lombardia con l’apparizione all’Esposizione di Brera del 1817 del dipinto (perduto) di Giuseppe Bezzuoli per il conte Saulo Alari. Un tema poi ripreso anche dal ritrattista bergamasco Giuseppe Poli, una delle sue non frequenti incursioni nel genere storico.
La riscoperta e la rilettura della prima cantica dell’Inferno nel periodo romantico determina negli artisti la scelta di privilegiare l’incontro di Dante con le anime dannate vorticosamente trascinate dal vento infernale. Il tema è proposto a Brera come saggio finale nel 1826: il premio viene assegnato a Vitale Sala (oggi Milano, Accademia di Brera). E’ però Ary Scheffer a determinare il successo europeo di questo soggetto: considerato uno dei capolavori dell’Ottocento il dipinto, la cui prima versione risale al 1835, sarà replicato dall’artista cinque volte e diffuso tramite l’acquaforte di Luigi Calamatta del 1845. A Scheffer si ispira Giuseppe Bertini nella sua vetrata dantesca (oggi Milano, Museo Poldi Pezzoli). Il periodo simbolista privilegerà il legame amore-morte illustrando la morte dei due amanti, suggellata in Lombardia dal magnifico dipinto di Giuseppe Previati oggi conservato all’Accademia Carrara di Bergamo.
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